Le orme del branco, meditazione alpestre

Grosse impronte di canide contornano quel che resta dello stambecco. Appena più distante si distribuiscono con una sorta di simmetria e si susseguono allineate, una dopo l’altra, ed è possibile seguirle per diverse decine di metri fino che la neve scompare e lascia posto alle pietraie.

Par proprio che i predatori siano più di uno e prima dell’attacco procedevano in fila indiana.

Lupi! Mai prima d’ora in questi luoghi delle Retiche ho avuto la possibilità di intenderne la voce!

D’incanto la montagna addomesticata, plasmata e sfruttata dagli uomini nel corso dei secoli pare svanire, per un istante scompare l’automatica esclusione e superiorità dell’uomo dal mondo animale.

L’immaginazione prova a ricostruire l’attacco al giovane ungulato da parte del branco, mentre fugge a rotta di collo in discesa tra balze e pietre, fino alla neve, al bordo del canale dove viene azzannato alla trachea, alle zampe posteriori, poi alle anteriori, fino ad atterrarlo…

Una sorta di strategia consapevole, un’imboscata tesa all’individuo isolato, in condizioni svantaggiose, debole o forse malato. Una caccia col favore del vento, un attacco mirato, con minor spreco d’energia possibile, come d’abitudine per il lupo cacciatore.

Forse lupi e preda si sono fissati per qualche istante, in uno scambio di sguardi, in una conversazione prima della fine.

Il nostro odore e il nostro incedere percepito a chilometri di distanza ha quasi certamente interrotto il pasto…

Qui sotto l’articolo completo pubblicato su L’Ordine.

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