Camminiamo da due ore nella nebbia. Nel naso arriva un profumo pungente di larice e fieno di monte (scignún) bagnato ormai colorato d’autunno.
La parete si svela solo pochi metri davanti a noi, sfumata tra le nebbie.
Un mondo minerale sospeso tra le nuvole. C’è un silenzio di pietra. Solo l’eco delle nostre voci che rimbalza tra i versanti, così potente che ci ritroviamo a improvvisare gorgheggi e battute surreali, fino al tormentone del Grande raccordo anulare, nella parodia di Guzzanti.
Davanti a noi i Corni Bruciati, con i grandi lobi della morena del ghiacciaio scomparso e un relitto nero addossato alla parete, nell’anfratto più buio, nascosto al sole.
Intanto scaliamo su una roccia magnifica, solida e rugosa, puntellata di cristalli sporgenti di magnetite. Diedri e fessure accolgono facilmente le protezioni veloci.
Non siamo distanti dal corpo granitico del Masino, la cui messa in posto ha generato nelle rocce incassanti un’aureola di metamorfismo di contatto. Nelle serpentiniti, questo processo produce nuove forme, colori, reticoli di vene e associazioni mineralogiche.
Non c’è nulla sulla parete. E se non c’è nulla da cercare, è più facile trovare.
Metterci le mani sopra è un autentico piacere.
Grazie a Mauro per le foto, alcune sono sue.










