Partiamo presto, forse un po’ troppo presto, ancora con l’orologio dell’estate.
All’attacco la parete è ancora in ombra. Il disco del sole lambisce una sella, poi si rintana dietro la punta del Pizzo Rachele. Risaliamo allora per un poco il canalone che un tempo era il letto del ghiacciaio della Vergine, per scaldarci e cercare il sole.
Tre coppie di camosci sfrecciano davanti a noi. Fischiano allarmate, poi si fermano più in alto a controllarci; sono tutte femmine con il piccolo, ormai cresciuto, pronto per l’inverno.
Mangiamo un po’ di frutta secca e una piccola mela selvatica raccolta la sera prima a valle, storta ma buona, poi qualche movimento per sciogliere le gambe, mentre aspettiamo che il sole arrivi sul primo tiro di corda.
È un tempo che di solito saltiamo, quello prima di cominciare, quando la parete è ancora soltanto davanti a noi.
Ecco, comincia a rischiararsi.
Ci avviciniamo. Arriva il primo raggio, illumina la roccia e finalmente la scalda. Lasciamo le scarpe da avvicinamento, ancora umide, ad asciugare. Ci leghiamo, si parte, si scala.
Il sole ci insegue. O forse siamo noi a inseguire lui, tiro dopo tiro, lungo questa linea esposta a nord-est dove il raggio arriva sempre di sfuggita. Il sole entra ed esce dalla parete mentre noi continuiamo a salire.
Di fronte, il profilo della nostra montagna si allinea quasi perfettamente con le fessure e i diedri del Pizzo Ventina.
Dopo qualche lunghezza, le colossali morene laterali del Ventina sono sotto di noi e, quasi nascoste nella pietra, compaiono le tracce di un’altra storia: i ruderi delle casupole minerarie più remote della vallata, agli imbocchi dei cunicoli dove veniva estratto l’amianto.
Intanto il serpentino si fa sempre più ripido e ruvido.
Poi il sole ci saluta. È ora di scendere.







