L’Orsa Maggiore è lì, sopra di noi.
Una serie incredibile di stelle cadenti lascia la scia proprio lungo la linea che unisce Phecda e Merak, la base del Grande Carro. Continuano per un bel po’, poi le palpebre si chiudono.
Il nostro giaciglio è sopra un grande masso piatto, con la volta celeste per soffitto.
Siamo arrivati quassù nel giorno dell’eclisse, attraverso un bosco di larici contorti e segnati dal tempo, circondati da nuvole nere. Durante il temporale abbiamo trovato riparo in una vecchia stalla e aspettato che passasse.
La fine del giorno è il tempo che normalmente ci perdiamo in montagna.
Perché siamo già sulla via del ritorno, o abbiamo raggiunto un rifugio, o perchè la giornata, in qualche modo, è finita.
Solo il bivacco permette di attraversare il crepuscolo in ogni suo istante.
Si esplora lo spazio, si cerca il posto migliore per la notte, quello da cui poter guardare il cielo con il naso all’insù.
Forse cercare luoghi e istanti vale più di tante salite, di quelle che tante volte ci fanno illudere di aver viaggiato in alto per davvero.
Qui la meta non è ben definita.
Il viaggio migliore, non necessariamente lontano, forse esiste quando per un poco ci siamo privati delle nostre abitudini e siamo riusciti a separarci dal consueto.
Non c’è nulla di rassicurante che aiuti a rendere “delizioso” il soggiorno, eppure riaffiorano le sensazioni legate agli spazi attraversati, agli odori, alla luce, al temporale, al fresco della sera, alle diverse scansioni della giornata.
Forse vale la pena trattenere nella memoria ciò che abbiamo incontrato, invece di affidarci soltanto alle immagini.
Decine di fotografie scattate sono ormai una sorta di protesi del viaggiatore.
La memoria, invece, trattiene la luce che rimane dopo.
