Un pasto sontuoso

Basta sfogliare le fotografie ingiallite delle spedizioni inglesi all’Everest degli anni Venti o leggere i diari di Mallory e compagni. Al campo base arrivavano casse con prosciutti, bacon, salsicce, sardine, aringhe, formaggi, biscotti, porridge d’avena, marmellata, cioccolato, fichi secchi, prugne, zuppe, vino e perfino whisky.

Non era solo una questione di calorie. Lassù, nel cuore dell’Himalaya allora quasi sconosciuto agli occidentali, cercavano di ricreare, per quanto possibile, un frammento di casa.

Oggi è diverso, gel, barrette, sali minerali e frutta secca sono strumenti funzionali, leggeri ed efficaci. Hanno un senso.

A volte, però, sentiamo il bisogno di portare in quota anche le abitudini del fondovalle, fino a trasformare un bivacco in un ristorante, una cima in un set gastronomico, un lago alpino come sfondo di un “apericena”, come se la montagna, da sola, non bastasse.

Eppure saliamo in uno dei pochi luoghi dove davvero possiamo alleggerirci, non solo del peso dello zaino, ma anche delle consuetudini. È davvero necessario salire con tutto ciò che possiamo lasciare a valle?

Ognuno mangi ciò che preferisce, ma per legarsi alla mia corda basta poco. Nutriamo il corpo quanto serve; del resto si occupano il silenzio, il vento e la bellezza dei luoghi.

Forse è anche per questo che, in montagna, un pasto sontuoso non è quello con gli ingredienti più preziosi, ma quello che nasce da ciò che abbiamo intorno.