Marettimo. La morte lenta dei luoghi raccontati troppo

Certe isole non assomigliano al Mediterraneo.
O almeno non al Mediterraneo addomesticato delle brochure turistiche, delle spiagge ordinate, delle rotte consumate. Marettimo invece emerge dal mare come una scheggia di dolomia piantata nel blu, un frammento verticale e severo più vicino a certe montagne che all’idea comune di isola.

Ci sono tornato più volte, sempre attirato da quel lato nascosto e inaccessibile che si lascia osservare quasi soltanto dal mare, attraverso i Barranchi, vertiginose pareti a picco sull’acqua, passaggi sospesi tra escursionismo e arrampicata, profumi aspri di macchia mediterranea e sale.

Fu lì che nacque, dentro di me, quello che anni fa chiamai “il patto del non racconto”.
Un’intuizione semplice, non tutto ciò che scopriamo deve necessariamente essere divulgato, promosso, trasformato in contenuto.
Anzi, certi luoghi sopravvivono proprio grazie alla loro marginalità, al loro restare fuori dai riflettori.

Quando lessi l’articolo divulgativo pubblicato su Montagne360 del Club Alpino Italiano, dedicato a quei percorsi allora ancora marginali, provai immediatamente una sensazione precisa: “È già finita”. Non era in discussione la qualità del racconto, né l’energia esplorativa di chi lo aveva scritto, ma la forza della macchina comunicativa che lo avrebbe inevitabilmente amplificato.

Perché Montagne360 non era una piccola rivista di nicchia, veniva distribuita in circa 250.000 copie, un numero enorme per una pubblicazione di montagna. Una macchina capace di trasformare rapidamente un luogo periferico in desiderio collettivo.

Un itinerario simile, stretto sul confine tra esplorazione, avventura e terreno instabile, in un’area di raro pregio ambientale, non può sopportare la logica dei gruppi organizzati.
Eppure continuiamo ostinatamente a trasformare ogni esperienza in esposizione, ogni luogo in vetrina, ogni passaggio remoto in un trofeo da mostrare.

Prima arrivano le fotografie eroiche.
Poi i reel e le classifiche dei “trekking imperdibili”.
Infine arrivano i pacchetti organizzati.

È accaduto anche qui.

Un’agenzia di guide altoatesine ha iniziato a promuovere il percorso con il consueto linguaggio del turismo esperienziale contemporaneo: “natura incontaminata”, “viaggi selvaggi”.
Le stesse narrazioni patinate che vendono oggi il selvaggio confezionato, spesso accompagnate dal rituale assolutorio del calcolo dell’impronta carbonica e dalla piantina adottata per compensare il volo.

Ma la contraddizione è più profonda.
Perché quella stessa macchina che oggi offre lavoro e visibilità, nel lungo periodo finisce spesso per impoverire anche chi la alimenta. Quando ogni luogo viene trasformato in prodotto, l’esperienza perde unicità, si standardizza, diventa replicabile e sostituibile. La concorrenza aumenta, il valore simbolico si consuma, e il mercato è costretto a inseguire continuamente nuove “ultime frontiere” da mettere in vetrina.

È una giostra che divora sé stessa.

Poi è arrivata anche la televisione tedesca, con il suo linguaggio impeccabile e rassicurante da servizio pubblico, il racconto di Marettimo dentro il format di Bergauf-Bergab lo ha definitivamente incorniciato come “isola avventura”, versione mediterranea di un immaginario alpino già pronto, esportabile, consumabile. E quando un luogo entra in quel tipo di narrazione televisiva, diventa una destinazione validata, riconosciuta, autorizzata a essere desiderata.

Ed è lì che qualcosa muore davvero.

Non fisicamente soltanto.
Muoiono il silenzio e l’incertezza.
Muore la possibilità della scoperta e la sensazione rara di trovarsi in un luogo non ancora preceduto dall’immaginario collettivo.

Perché oggi sembra impossibile accettare che qualcosa possa semplicemente esistere senza essere promosso.
Ogni spazio deve diventare esperienza, merce condivisibile, destinazione, ogni traversata un format narrativo.

Eppure esistono territori delicati che chiederebbero l’opposto, meno presenza, meno racconto, meno visibilità.

Non è il desiderio infantile di custodire segreti.
È piuttosto una forma di responsabilità verso luoghi che non possiedono anticorpi sufficienti contro la bulimia contemporanea dell’esposizione.

Io, dentro quei barranchi, ci sono stato più volte. Senza carovane, barche d’appoggio, senza trasformare il passaggio in evento. Senza esibire trofei.

Forse perché certe esperienze acquistano valore proprio nel momento in cui smettono di voler essere dimostrate.

Marettimo meritava forse più ascolto e meno promozione.