Raccolgo da terra un frammento di favo selvatico, caduto dall’alto.
La cera è sottile, quasi trasparente, le celle si incastrano una nell’altra con quella geometria esatta che conosciamo bene, ma che ogni volta sorprende.
Poco materiale, tanto spazio. Ogni parete serve a qualcosa, ogni vuoto è parte della struttura.
Quella geometria non segue un progetto, almeno non nel senso in cui lo intendiamo noi. Nessuno ha fornito alle api un disegno da eseguire.
Noi continuiamo ad aggiungere. Ogni problema porta con sé un attrezzo, un dispositivo, un accessorio. Alla fine ci ritroviamo con uno zaino pieno di soluzioni e, spesso, con le stesse questioni irrisolte.
Tengo ancora il favo in mano.
È leggero, fragile al tatto, più sofisticato di tanti oggetti che abbiamo inventato per semplificarci la vita.
