Il cielo sopra la testa, un grande macigno al posto del soffitto.
Basta questo per ricordarsi che esistono ancora modi diversi di passare una notte.
Per arrivarci bisogna attraversare il bosco, superare il limite degli alberi, risalire pietraie e morene, cambiare quota e cambiare lentamente anche ritmo.
Ogni cosa che serve per stare fuori due giorni e per la salita è sulle spalle.
È curioso come bastino poche ore di cammino perché il superfluo perda importanza; lo zaino educa senza bisogno di parole, ogni grammo ha un senso, ogni oggetto deve meritarsi il viaggio.
Così si impara la misura.
Una pentola d’acqua che bolle diventa un conforto e una zuppa calda vale più di qualsiasi ricercatezza.
Il vento del nord rinfresca il viso, l’unica parte del corpo che resta fuori dal sacco a pelo.
Sotto le stelle il silenzio non è assenza di rumore, ma uno spazio che lentamente torna a riempire la testa.
Poi ci sono i luoghi.
Rocce color ruggine, laghi turchese che sembrano trattenere la luce del cielo, pareti levigate dal ghiaccio e valloni che hanno qualcosa di lunare. Un paesaggio severo, privo di vegetazione, dove ogni forma racconta il lavoro dei ghiacciai scomparsi e di crolli avvenuti nel corso dei millenni.
Queste rocce rosse non sono soltanto belle da guardare, ma custodiscono una storia antica. Qui le serpentiniti ospitano vene di magnetite e per secoli queste montagne sono state luogo di estrazione di minerali di ferro. Il minerale veniva trasportato a spalla molto più in basso, dove boschi e torrenti fornivano ciò che in quota mancava: carbone di legna per raggiungere le alte temperature e acqua corrente per alimentare i mantici dei forni fusori.
Camminiamo sopra una montagna che è stata anche miniera, eppure la ricchezza che oggi cerchiamo quassù è un’altra.
Genitori e figli adolescenti esplorano assieme. È bello osservare lo stupore dei ragazzi quando scoprono che non servono schermi e schemi per stare insieme. Si aspetta il buio senza fretta e un semplice fornello acceso sotto un masso diventa il centro della serata.
Vedere gli adulti lasciare spazio ai ragazzi e ritrovare una complicità nuova è forse una delle soddisfazioni più grandi di chi accompagna in montagna.
La notte arriva senza chiedere permesso. Il Grande Carro attraversa la notte, le stelle si moltiplicano fino a confondersi con il buio, il freddo invita finalmente a chiudere gli occhi.
All’alba il paesaggio cambia ancora, le rocce rugginose si accendono al primo sole, il lago perde il blu profondo della sera e torna turchese. Una colazione semplice, gli zaini di nuovo sulle spalle, qualche nodo alla corda, la cresta da raggiungere, il vuoto che si apre tutto intorno.
Poi la lunga discesa.
Le gambe si fanno pesanti, lo zaino sembra non alleggerirsi, eppure qualcosa è cambiato. Si torna a valle con meno cose di quelle che possediamo ogni giorno e con più di quanto si era saliti a cercare.









