Per anni ci siamo raccontati una piccola bugia rassicurante: “Siamo in montagna, qui fa fresco”. Era vero, sempre meno lo è oggi. Anche nei paesi alpini si susseguono giornate torride, notti afose, piazze che accumulano calore e lo restituiscono fino a sera.
Eppure continuiamo a comportarci come se il problema non ci riguardasse.
Così si tagliano alberi maturi, si rinnovano piazze senza una fronda e un metro quadrato d’ombra. Dimenticando che quei vecchi platani al centro del paese non erano semplicemente elementi decorativi. Erano, e sono, vere infrastrutture climatiche, luoghi di refrigerio, di socialità, di quiete. La panchina all’ombra del grande albero non è nostalgia, è adattamento climatico.
Lo stesso vale per i torrenti.
Le piccole spiagge fluviali a due passi dalle case sono il rifugio estivo per residenti e ospiti, dove non serve prendere l’auto per raggiungere un lago o torrente lontani.
Basta scendere al Mallero per trovare frescura, sassi, pozze, piccoli sbarramenti improvvisati, giochi d’acqua, curve e anse che diventano avventure per i bambini e refrigerio per gli adulti.
Spazi preziosi spesso cancellati da arginature ciclopiche, scogliere di massi, rettilinei mineralizzati, dove l’acqua aveva modellato naturalmente curve, spiaggette e piccole piane, si ammucchiano pietre per costringerla entro un corridoio rigido e uniforme.
Il paradosso è che, mentre altrove si discute di restituzione dello spazio ai fiumi, di rinaturalizzazione e di convivenza con le dinamiche naturali, noi continuiamo a inseguire l’idea opposta: contenere, raddrizzare, irrigidire.
Naturalmente tutto viene chiamato “messa in sicurezza”. Un’espressione rassicurante, quasi magica, che sembra sottrarre ogni intervento al dibattito. Ma forse dovremmo iniziare a chiederci se la sicurezza coincida sempre con la pesantezza delle opere e con la negazione della natura.
Perché esiste anche un’altra strada.
Per esempio, quella delle passerelle pedonali a perdere. Un concetto semplice, quasi disarmante nella sua umiltà, infrastrutture leggere, essenziali, pensate per durare alcuni anni e, se necessario, per essere sacrificate alla prima piena importante. Non monumenti all’eternità, ma opere reversibili e ricostruibili.
Può sembrare un’eresia in un Paese innamorato del cemento armato, eppure è probabilmente una delle idee più moderne che possiamo immaginare. In un clima sempre più instabile, con piene più frequenti e intense, la pretesa di rendere tutto definitivo rischia di trasformarsi in una rincorsa costosa e perdente.
Una passerella a perdere, invece, accetta la variabilità del torrente. Non pretende di dominarlo, convive con esso, sa di poter essere portata via e, proprio per questo, evita di imporre al fiume opere costose e sproporzionate.
Forse il punto è tutto qui. Dobbiamo reimparare l’arte dell’adattamento, l’ombra di un grande albero, una spiaggia fluviale sotto casa, una passerella leggera e sacrificabile. Piccole cose, apparentemente, in realtà, una diversa idea di abitare la montagna.
