Era il 2001 quando mi capitò di finire in una “spedizione” polare assai atipica, aggregato al caravanserraglio mediatico guidato da Mike Bongiorno. Io ero lì per tutt’altro motivo. Per conto del CNR dovevo prelevare campioni di neve a diverse latitudini, destinati a successive analisi sugli inquinanti trasportati a lunga distanza. Il problema principale non era il gelo, paradossalmente, ma il contrario: mantenere la catena del freddo, evitare che quei campioni si fondessero durante il rientro.
Attorno a me gravitava un’umanità varia, spesso spaesata, fuori posto. Tra tutti, uno solo sembrava davvero a casa tra il pack. Robert Peroni, non a caso un grande esploratore polare.
Peroni non colpiva solo per la competenza tecnica, per la naturalezza con cui si muoveva in quegli ambienti estremi. Colpiva soprattutto per altro: una presenza umana magnetica, un modo di stare nei luoghi e tra le persone che non aveva nulla di spettacolare, e proprio per questo risultava autentico. C’era misura, ascolto, una calma antica che contrastava nettamente con il rumore di fondo della spedizione.
Rileggendo oggi la sua intervista pubblicata su GognaBlog, quella stessa umanità emerge con ancora maggiore forza. Le parole di un uomo che ha attraversato i margini del mondo e che oggi guarda indietro senza compiacimento, con lucidità e disincanto. Un bilancio che parla di esplorazione, sì, ma soprattutto di relazioni, limiti, responsabilità. Di ciò che resta quando l’epica si dissolve.
Grazie Robert.
