Acetosella.
Fa a gara con le chiome dei faggi per chi ha il verde più brillante.
Nasce dove la luce arriva già stanca, filtrata dagli abeti secolari, e proprio lì trova la sua intensità. Tappezza il sottobosco senza imporsi, come se conoscesse esattamente la misura dello spazio che abita, compare dove la scalata si esaurisce. Dove le placche di granito, dopo il nostro passaggio, smettono di essere parete e tornano semplicemente pietra.
Ci sono linee così belle da far nascere un dubbio: mostrarle ancora, davvero? O non è già troppo?
Forse oggi il limite non è più l’accesso, ma l’esposizione. Non la difficoltà di arrivare, ma l’impossibilità di sottrarsi allo sguardo. I luoghi circolano prima ancora di essere vissuti, consumati in anticipo, già visti.
Sottrarre allora non è negare, ma restituire misura. Come nel bosco, niente si offre interamente, tutto si lascia incontrare. La bellezza non si espone, si lascia intravedere.
E forse è questo il punto, non custodire segreti, ma evitare di esaurirli.
Lasciare qualcosa in sospeso, non per nascondere, ma per continuare a desiderare.
