Rally in montagna: una corsa fuori luogo e fuori dal tempo

Nel cuore della Valtellina, laddove le vette parlano con il vento e i torrenti raccontano storie antiche di ghiaccio e di pietra, torna a rombare il rally Coppa Valtellina. Un evento che, anno dopo anno, pare ostinarsi a occupare uno spazio che non gli appartiene più — né culturalmente, né ecologicamente.

Mentre si moltiplicano i proclami sulla necessità di una transizione ecologica e il mondo alpino interroga sé stesso sul senso del limite, la Valtellina sceglie – ancora una volta – la strada più rumorosa.

Un evento accostato, con enfasi retorica, addirittura alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026. Forse perché rappresenta una pratica anacronistica, predatoria ed energivora?

Non è una questione di essere contro i motori o lo sport. È una questione di misura, di contesto, di ascolto. Perché la Valmalenco e le valli attorno a Sondrio non sono piste. Sono ecosistemi fragili, sono territori abitati da chi cerca un equilibrio con l’ambiente, percorsi da chi cammina per sentire il rumore dell’erba sotto gli scarponi, non lo scoppio secco di uno scarico modificato.

Il rally oggi, è un evento fuori tempo: organizzare una gara automobilistica su strade di montagna suona come un paradosso assordante. È un ritorno a all’idea di montagna come scenario da consumare e non da vivere, da attraversare ad alta velocità senza fermarsi a comprenderla.

È anche un evento fuori misura: i suoi numeri, decibel, emissioni, impatto sulla fauna, mal si conciliano con un territorio che avrebbe bisogno di silenzio, ascolto e rigenerazione. Ogni tornante preso a tutta velocità è un’occasione persa per proporre un turismo diverso, più consapevole, più in sintonia con i ritmi della montagna.

C’è poi il danno turistico, perché chi sceglie di venire in Valmalenco, in Valtellina, lo fa per altri motivi. Per il silenzio, la bellezza autentica, la possibilità di rallentare e respirare, nessuno viene qui per essere disturbato da motori urlanti, code, strade chiuse e rumori fuori scala. La montagna che attira non è quella che romba, ma quella che sussurra.

E non possiamo ignorare il messaggio profondamente diseducativo che un evento del genere trasmette alle nuove generazioni. Se abituiamo i giovani al rumore, all’alterazione chiassosa del paesaggio per puro spettacolo, finiamo per togliere loro la possibilità di sviluppare sensibilità, rispetto, senso del limite.

Ma la domanda più inquietante è: come possono Sondrio, già insignita del titolo di Città Alpina e la Valmalenco, perla delle Retiche, presentarsi come “salotto buono” per una pratica di questo tipo? Quale coerenza esiste tra il rilancio delle Alpi come spazio di equilibrio, cultura e natura… e il concedere i propri centri urbani e le strade di valle a un evento che ne contraddice ogni intento?

Quale turismo consapevole, duraturo, predisposto a conoscere e rispettare la natura può essere richiamato da una gara di questo tipo? È difficile pensare che chi viene per il rombo dei motori si fermi a conoscere i sentieri, la storia geologica, naturale e umana di queste valli. È invece molto probabile che chi è attratto dal silenzio e dalla bellezza sobria della montagna ne venga allontanato.

In fondo, non siamo così lontani da ciò che negli Stati Uniti viene definito “rolling coal”: la pratica di truccare i motori per produrre nuvole di fumo nero, come sfregio verso chi si preoccupa del clima. Un gesto ostentatamente anti-ecologico, trasformato in spettacolo.

Ciò che accade da noi è forse meno esplicito, ma non meno grave. Perché porta con sé l’ipocrisia di chi si nasconde dietro lo sport e l’indotto economico. Ma se il prezzo da pagare è la perdita di senso, allora forse non possiamo più permettercelo.

Infine, è un evento fuori luogo, la Valmalenco non ha bisogno di un rally per raccontarsi, ha bisogno di chi la attraversa con rispetto, di chi ne studia gli angoli nascosti e ne segue le tracce sulla neve.

Ha bisogno visione, non di fumo. Di coraggio, non di gas di scarico.

È un atto d’amore per la montagna, per chi la vive, per chi la abiterà dopo di noi. Scegliere di non correre, per una volta, è forse l’unico modo per non andare fuori strada.

Il rombo dei motori sotto lo sguardo silenzioso del Pizzo Scalino. Due mondi che non si parlano