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Neve bianca neve nera

lunedì, 18 novembre 2019

Le uniche riviste di montagna che conservo, ormai impolverate, sono alcuni vecchi numeri della Rivista della Montagna (Speciale Roc e Dimensione Sci).

Con quest’abbondanza inaspettata di neve autunnale, val la pena rileggere il pezzo di  Lito Tedaja Flores, esattamente di trent’anni fa.

Neve bianca, neve nera.

La neve bianca cade di notte.

La neve nera di giorno: orario d’ufficio, dalle otto alle cinque.

La neve bianca cancella le cicatrici estive, copre i ceppi degli alberi segati in serie, i pendii erbosi delle colline, le palizzate degli agricoltori.

Si fa di giorno in giorno più alta, spolvera il mondo, la carne e i fianchi della montagna restituendogli una sorta di pace.

La neve nera è un invito all’eccesso.

Per di più – diciamo la verità – la striano bagliori di colore verde, quelli dei soldi-dollari, franchi, marchi, lire: un eccesso di peso verde che comprime la pelle bianca e perfetta d’inverno.

La neve bianca è la pelle dell’inverno, una pelle liscia e fiabesca, è lo specchio con cui gli sciatori cercano riflesse le loro immagini veloci, è il fresco tappeto magico su cui scivoliamo in stato di grazia, o che ci fa scivolare nello stesso stato di grazia tramite immaginarie dimensioni curve.

La neve nera non sa quando è ora di smettere, cade senza sosta: una bufera di fiocchi taglienti che picchietta sui tasti di montagne trasformate in registratori di cassa e fa sognare più appartamenti, più boutique, più negozi di souvenir agli operatori turistici.

La neve bianca cade in extremis, giusto il tempo per salvarti dal tennis o dalla televisione e schiudere un nuovo orizzonte spazio temporale a quattro dimensioni dove pensavi fosse vietato l’accesso (ma ti sbagliavi).

La neve bianca ti mette gli sci ai piedi e rimette le ali ai tuoi sci.

La neve nera cade sulla gente di montagna come i colpi di tamburo che precedono il sacrificio tribale: dì addio alle domeniche immerse nella solitudine, addio al silenzio della neve che con le onde del suo radar a 360° circonda il tuo cuore d’alta quota, addio alle bianche forme dell’inverno, pure ed essenziali, ai rami nodosi ammorbiditi dalla coltre di neve, alle creste di roccia aguzze rese lisce e soffici.

Preparati al doppio lavoro senza neppure un giorno di libertà.

Agli appartamenti in comune con altri quattro tizi e altre tre fanciulle, preparati a passare le domeniche cercando di fare il bucato, la spesa, riparare la macchina e anche cercando di sciare, con la visibilità ridotta a zero naturalmente, preparati ad affitti cari e paghe misere.

Preparati, preparati..

La neve bianca riscatta l’inverno, basta un’ora libera, una mattina di neve farinosa al mese, una curva perfetta; ti strega, convincendoti che vale la pena sopportare tutto.

E la vale davvero, perché la neve bianca continui a cadere, una volta alla settimana, una volta ogni due; e anche se sembra sempre troppo poca, finché la polvere è abbastanza alta, il pendio abbastanza ripido, la forza di gravità abbastanza forte e costante, ce n’è a sufficienza per piegarsi nella direzione del vento e sognare un pianeta tutto in discesa, coperto di neve bianca che arriva alla cintola.

La neve nera è la moneta falsa che baratta l’adrenalina con il colesterolo, l’ebbrezza del volo con il conto in banca, una passione sicura con un lavoro sicuro.

La neve bianca è il massimo, alle sue lusinghe cediamo di nuovo un anno dopo l’altro mettendoci in coda al freddo prima che aprano gli skilift, comprando i biglietti della lotteria per conquistarci il diritto di essere i primi a sciare questo pianeta bianco reinventato.

La neve nera è il mantello affaristico dell’inverno, colei che fa di tutto per spezzarne l’incanto, promette una felicità differita, lascia via libera all’avidità, boicotta l’inverno.

La neve bianca è semplicemente neve, acqua cristallizzata in un’improvvisa perfezione esagonale, che cade come un nuovo inizio, è una seconda smazzata di carte distribuite imparzialmente, un altro inverno in attesa di nuove tracce, di movimento, d’amore.

Neve nera, neve bianca. Un conflitto antico, un conflitto moderno.

 

Lito Tedaja Flores – La Rivista della Montagna n. 114 Dicembre 1989

 

 

Dentro la frana del Ruinon in Valfurva

mercoledì, 6 novembre 2019

La frana è una “terra desolata”, quasi sempre non ci si cura di quel che accade dentro la montagna che si muove.

Per gran parte delle persone è una seccatura, un fastidioso ostacolo alle attività umane, una natura “cattiva”, da respingere.

Per i più fantasiosi la frana è da “bombardare”, così da rimuovere il problema alla radice.

Per i devoti della sicurezza dovuta e pretesa ad ogni costo è una iattura da risolvere per decreto.

Eppure i suoi ritmi così diversi mettono continuamente in crisi le nostre certezze, soprattutto quando fatichiamo a comprendere la natura di questi fenomeni.

 

Cerotti verdi?

martedì, 22 ottobre 2019

E’ stato interessante partecipare al dibattito all’interno della rassegna Milano Montagna riguardo ad un tema assai complesso, che tocca i cambiamenti climatici in atto e i connessi modelli di sviluppo della montagna.

Il reportage fotografico di Tomaso Clavarino incentrato sulla montagna dismessa, sulle stazioni sciistiche abbandonate (centinaia disseminate lungo le Alpi), messe in crisi dal clima che cambia, ha costituito il filo conduttore dei pensieri e del racconto condiviso con Maurizio Dematteis e lo stesso Tomaso.

E’ stato uno dei tanti momenti di una ricca serie di presentazioni e approfondimenti legati ai temi della “sostenibilità ambientale e dell’economia circolare”.

Quel che traspare è che la natura si inquadra sempre come un oggetto separato, distante, persino fuori dalla società. Quasi sempre da sfruttare oppure da proteggere, presa d’assalto come grande discarica oppure mitizzata come luogo di svago e di avventura.

Insomma l’ambiente è qualcosa da consumare, come se fosse un oggetto, anche nella sua conservazione.

Grafici, studi, numeri e modelli indicano il baratro.

La pressoché totale assenza di percezione, relazione e comprensione di questa natura, impedisce di prenderne coscienza.

Allora sorge il dubbio che in fondo la questione dei cambiamenti climatici sia una questione culturale ancor prima che tecnica, una sfida che parte dal significato del rapporto tra uomo e natura, prima di buttarsi a capofitto nelle esibizioni di “sostenibilità”, soluzioni “green” e applicazione di cerotti verdi più o meno sofisticati e vistosi …

Forse non solo tecnica e management, ma ricostituzione di sistemi sociali che tengano conto della relazione con l’ambiente? Una ripartenza da condivisioni intime, familiari, che riportino a regole morali? Così come è stato per tanto, tantissimo tempo, prima del “default”?

Insomma tentare di comprendere che in fondo l’ambiente che ci circonda ci fa vivere o scomparire e che i beni comuni richiedono una cura collettiva, un rinnovato senso locale per ritrovare una buona Terra.

Tutto il resto scivola via come gli scrosci d’acqua battente di queste (calde) giornate piovose d’autunno che gonfiano i torrenti sulle Alpi… con l’isoterma di zero a 3500 metri…

Aria salubre vette ardite

venerdì, 9 agosto 2019

“Aria salubre, vette ardite!” recitava un vecchio slogan pubblicitario della Valmalenco di almeno mezzo secolo fa..

Con queste estati sempre più roventi il semplice concetto di “stazione climatica” forse merita di essere rinnovato, considerando che il soggiorno salutare per i caratteri del clima è ormai un’esigenza irrinunciabile.

Nella foto: arrampicata al fresco dei 2200 metri sulle pareti che sovrastano il lago di Gera.

 

Gennarino l’alpinista – Luciano de Crescenzo

giovedì, 18 luglio 2019

Gennarino l’alpinista

Sono in giro pe ‘ncoppa ‘e Quartieri.  A sentire la gente sembrerebbe una delle zone più malfamate di Napoli, il luogo preferito dalla peggiore prostituzione maschile e femminile. In pratica è un posto come ce ne sono tanti, specialmente nelle città di mare, dove è possibile incontrare di tutto: il bene e il male, la truffa e la cortesia.

L’intera zona fu costruita nel XVI secolo dal famoso viceré Don Pedro di Toledo e destinata all’alloggiamento delle truppe spagnole. I vicoli dei Quartieri formano una fitta ragnatela e s’inerpicano da via Toledo fino a raggiungere il sovrastante corso Vittorio Emanuele.

Mentre sono lì che cerco facce e luoghi caratteristici, una donna mi chiama e mi avverte che ho la piega del pantalone scucita. “Giovane!” (questo appellativo viene in genere usato nei confronti delle persone sconosciute, qualsiasi sia la loro età). “Giovane, tenite ‘o canzone scusuto. Stateve accorto ca s’impizze ‘a piega sott’a scarpa!”.

“Grazie, signora, potete indicarmi qualcuno che me la possa ricucire?” “ Andate al vicolo appresso: là ci sta Gennarino l’alpinista”.

“L’alpinista?”. “Così lo chiamano, ma fa il pantalonaio. Voi come voltate l’angolo ve lo trovate in faccia. Entrare nel primo basso e che vedete e dite: ca me manna ‘onna Teresa ‘a chianchera. Quello è tanto una brava persona! Ve lo cuce all’erta all’erta (in piedi) senza farvi nemmeno spogliare”.

Seguo le istruzioni ed entro in un basso. Mi rendo subito conto di avere a che fare con l’alpinista in persona in quanto tutte le pareti del basso sono completamente tappezzate di poster e di fotografie di montagne. Riconosco a prima vista il Cervino, il complesso del Monte Bianco e la Marmolada. Ho qualche perplessità invece per Gennarino. In genere gli appassionati della montagna me li sono sempre raffigurati forti, barbuti e con la faccia indurita dal sole. Gennarino all’incontrario è calvo e ha un aspetto mite, più tipico di un impiegato che non di uno scalatore.

Spiego il mio problema a Gennarino, a differenza di quanto previsto da donna Teresa, m’invita subito a sfilare i pantaloni. Resto in mutande. La porta aperta del basso mi crea sicuramente una situazione di imbarazzo. Dopo un po’, tanto per darmi un contegno, comincio un po’ di conversazione.

“Vi piace molto la montagna?”

“E’ la mia passione!”

“E ci andate spesso?”

“Mai non mi sono mai mosso da Napoli”

“E perché?”

“Perché sono pigro. Prendete adesso per esempio, è mezz’ora che ho sete e vorrei un bicchiere d’acqua, eppure non vado in cucina perché mi scoccio di alzarmi, figuratevi in montagna!

Luciano de Crescenzo

Più metri in discesa. Disarrampicare!

mercoledì, 17 luglio 2019

La misura delle difficoltà che uno scalatore può affrontare in discesa, con sicura e piena coscienza delle proprie capacità, deve rappresentare l’estremo limite delle difficoltà che egli affronta in salita.

Scomodare la celebre frase di Paul Preuss è probabilmente démodé…mi è ritornata alla mente leggendo il recente exploit di Jim Reynolds sul Fitz Roy, percorso in salita e discesa, senza l’uso della corda..

Eppure la capacità di arrampicare in discesa è la più bistrattata e dimenticata in assoluto, nonostante sia un requisito indispensabile per praticare l’alpinismo..

Per questo, oltre al corso di “selvaticità” o di “camminar per gande”, mi piacerebbe realizzare un corso di disarrampicata.

Forse è meglio rinunciare ai “resting” su vie troppo difficili per il nostro livello e affrontare più metri in discesa, disarrampicando?

Monte delle Forbici 2910m, un balcone sul Bernina

venerdì, 12 luglio 2019

Secondo alcune scuole di pensiero, una seggiovia alla Bocchetta delle Forbici, aprirebbe finalmente il Bernina ad una nuova frequentazione.

Basta faticare lungo i “sette sospiri”! I fastidiosi risalti morenici che danno l’illusione d’essere arrivati al rifugio Carate, mentre in realtà resta ancora l’ennesima salita da superare..

Per la verità il fantomatico impianto di risalita con stazione di arrivo alla Bocchetta era previsto e già messo sulla carta in un faraonico progetto denominato “Valmalenco 2060 – sogniamo insieme”, con tanto di resort e nuove piste sparse in quota, per fortuna rimasto allo studio di fattibilità…

Con la seggiovia a due passi, il Monte delle Forbici conserverebbe lo stesso fascino? O forse senza esserselo sudato con le proprie gambe l’aereo punto panoramico finirebbe per essere declassato a belvedere stradale qualunque?

Pulce dei ghiacciai alla Vadret Pers

martedì, 9 luglio 2019

Ore 9, Vadret Pers 3080m.

Sotto alle punte dei ramponi si osservano numerosissimi piccoli punti neri sparsi sulla superficie del ghiacciao.

Si distinguono a fatica ad occhio nudo, ma se li osserviamo con attenzione mostrano dei piccoli movimenti a scatti.

Si tratta della pulce dei ghiacciai, insetti che vivono sulla superficie del ghiaccio oltre i 3000 m; pare si nutrano soprattutto di polline trasportato dai venti e sono dotati di particolari proprietà anticongelanti che consentono loro di vivere a temperature sottozero!

Pellegrinaggio alla Nord-Est del Badile

giovedì, 16 maggio 2019

Per i malenchi pare fosse una consuetudine scavalcare il Muretto e raggiungere la vicina Bregaglia per recarsi in processione alla chiesa di San Gaudenzio a Casaccia. Il pellegrinaggio cessò quando la Riforma arrivò ai piedi del Badile e i bregagliotti decisero di profanare l’edificio nel 1551,  facendo a pezzi immagini e reliquie per poi gettarle nel torrente Orlegna…

Il nostro viaggio in Bregaglia si ricolloca alla fine degli anni ’80, quando con il mio amico Ilario (Chichi), all’incirca maggiorenni, puntammo decisi per la Cassin, alla nostra prima incursione alpinistica in zona, senza aver mai visto dal vicino la montagna.

Grandi zaini, passione smisurata, pan e pagn e un robusto mazot del papà di Ilario per ribattere i chiodi (mai usato) costituirono la principale dotazione di materiali per affrontare la salita.

A completare la cordata Danilo, un amico Valtellinese un po’ più grande, che ci trasmise il desiderio di salire il gigante di granito.

Dalla cengia di attacco ancora invasa dalla neve attaccammo i sistemi di diedri e fessure che portano nel cuore della parete.

Presto perdemmo il conto delle lunghezze superate e le pagine fotocopiate con lo schizzo di salita si rivelarono inutili.

Io e Chichi ci alternammo in testa, superando in velocità i tratti caratteristici a lungo immaginati (diedro Rebuffat, cengia mediana, bivacchi Cassin) sino ai camini e le fessure terminali che portano in cima allo spigolo e in breve alla vetta.

D’istinto, senza troppi pensieri, ci ritrovammo felici e leggeri a discendere il versante Sud inondato di sole.

Porsi domande oltre ai buoni consigli

sabato, 11 maggio 2019

Lezioni in rete, video, manuali e articoli su riviste di settore traboccano di buoni consigli destinati ai neofiti della montagna. Quasi sempre si tratta di ottimi suggerimenti tecnici, corredati da mille ingegnosità pratiche.

A volte però mi chiedo se non valga la pena di cominciare a chiedersi per quale motivo investiamo tempo ed energie per salire in cima alle montagne. George Mallory liquidò abilmente la domanda con una risposta geniale: “Perché sono lì”.

Forse è più semplice provare a spiegare quando è meglio non avvicinarle.

Ad esempio meglio non salirle per assecondare la pressione sociale o la moda del momento, oppure quando la scalata è mossa da una razionalizzazione eccessiva o dall’arroganza di arrivare per forza in cima.

Tutte situazioni che contribuiscono a distogliere l’ascolto di quel che ci circonda, circostanza che amplifica le condizioni di rischio già presenti in parete.

In fondo andiamo lassù per imparare a far fronte in maniera positiva a situazioni anche faticose o difficili, conservando la propria identità, ma soprattutto per accrescere la sensibilità di fronte a luoghi di rara bellezza e alle opportunità positive che la scalata sa offrire.

Così riconosciamo che il rischio e l’incertezza sono uno strumento utile per la crescita e lo sviluppo, personale e umano.

Fare attenzione e ammettere l’interdipendenza di tanti fattori, dagli ambienti fisici attraversati al nostro stato d’animo, sono primo passo per affrontare al meglio la nostra esplorazione verticale.

E’ bello salire le montagne perché abbiamo la possibilità di sperimentare la gioia, la consapevolezza fisica, dei propri miglioramenti, con l’accettazione dei propri limiti.