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Pellegrinaggio alla Nord-Est del Badile

giovedì, 16 maggio 2019

Per i malenchi pare fosse una consuetudine scavalcare il Muretto e raggiungere la vicina Bregaglia per recarsi in processione alla chiesa di San Gaudenzio a Casaccia. Il pellegrinaggio cessò quando la Riforma arrivò ai piedi del Badile e i bregagliotti decisero di profanare l’edificio nel 1551,  facendo a pezzi immagini e reliquie per poi gettarle nel torrente Orlegna…

Il nostro viaggio in Bregaglia si ricolloca alla fine degli anni ’80, quando con il mio amico Ilario (Chichi), all’incirca maggiorenni, puntammo decisi per la Cassin, alla nostra prima incursione alpinistica in zona, senza aver mai visto dal vicino la montagna.

Grandi zaini, passione smisurata, pan e pagn e un robusto mazot del papà di Ilario per ribattere i chiodi (mai usato) costituirono la principale dotazione di materiali per affrontare la salita.

A completare la cordata Danilo, un amico Valtellinese un po’ più grande, che ci trasmise il desiderio di salire il gigante di granito.

Dalla cengia di attacco ancora invasa dalla neve attaccammo i sistemi di diedri e fessure che portano nel cuore della parete.

Presto perdemmo il conto delle lunghezze superate e le pagine fotocopiate con lo schizzo di salita si rivelarono inutili.

Io e Chichi ci alternammo in testa, superando in velocità i tratti caratteristici a lungo immaginati (diedro Rebuffat, cengia mediana, bivacchi Cassin) sino ai camini e le fessure terminali che portano in cima allo spigolo e in breve alla vetta.

D’istinto, senza troppi pensieri, ci ritrovammo felici e leggeri a discendere il versante Sud inondato di sole.

Porsi domande oltre ai buoni consigli

sabato, 11 maggio 2019

Lezioni in rete, video, manuali e articoli su riviste di settore traboccano di buoni consigli destinati ai neofiti della montagna. Quasi sempre si tratta di ottimi suggerimenti tecnici, corredati da mille ingegnosità pratiche.

A volte però mi chiedo se non valga la pena di cominciare a chiedersi per quale motivo investiamo tempo ed energie per salire in cima alle montagne. George Mallory liquidò abilmente la domanda con una risposta geniale: “Perché sono lì”.

Forse è più semplice provare a spiegare quando è meglio non avvicinarle.

Ad esempio meglio non salirle per assecondare la pressione sociale o la moda del momento, oppure quando la scalata è mossa da una razionalizzazione eccessiva o dall’arroganza di arrivare per forza in cima.

Tutte situazioni che contribuiscono a distogliere l’ascolto di quel che ci circonda, circostanza che amplifica le condizioni di rischio già presenti in parete.

In fondo andiamo lassù per imparare a far fronte in maniera positiva a situazioni anche faticose o difficili, conservando la propria identità, ma soprattutto per accrescere la sensibilità di fronte a luoghi di rara bellezza e alle opportunità positive che la scalata sa offrire.

Così riconosciamo che il rischio e l’incertezza sono uno strumento utile per la crescita e lo sviluppo, personale e umano.

Fare attenzione e ammettere l’interdipendenza di tanti fattori, dagli ambienti fisici attraversati al nostro stato d’animo, sono primo passo per affrontare al meglio la nostra esplorazione verticale.

E’ bello salire le montagne perché abbiamo la possibilità di sperimentare la gioia, la consapevolezza fisica, dei propri miglioramenti, con l’accettazione dei propri limiti.

Piccoli esploratori dell’inaspettato tra la Vadret Pers e la Vadret da Morteratsch

lunedì, 1 aprile 2019

Turista della neve è chi segue piste delimitate e controllate, prive di ogni sorpresa.

Turisti sono pure gli atleti formidabili dello skialp che fra pochi giorni si potranno ammirare dalle apposite tribune allestite ai 3000 m del Passo Presena, accompagnati da un “incredibile spettacolo pirotecnico”.

Noi ci accontentiamo d’essere piccoli esploratori dell’inaspettato, senza la necessità di riempire la giornata in base ad un programma, liberi di muoverci entro percorsi non codificati.

 

Val di Mello, quanto servirebbe un bell’orecchio acerbo!

mercoledì, 27 marzo 2019

E’ inutile, i luoghi “selvaggi” più accessibili non sopravvivono al pensiero dominante che li vuole ordinati e delimitati per forza.

Pare proprio che l’unico modo per udire la voce di rocce, alberi, torrenti ed animali, sia quella di possedere un “orecchio acerbo”, il solo in grado di capire le voci che gli adulti non sanno più ascoltare e soprattutto intendere.

Gli elementi naturali non hanno nessun ascolto da parte di chi è impossibilitato ad intenderne la voce, da chi ha un pensiero unico che li riduce ad un bell’oggetto, separato, muto e a disposizione delle azioni umane.

Vogliamo “spazi” da “gestire” e favole da raccontare, anche se la vita corrente le consuma in un attimo.

Spazi inquadrati come contenitori utili allo svago, oppure luoghi minacciosi da evitare, mai intesi semplicemente come non-addomesticati, preziosi per tutti, gli unici capaci di favorire esperienze più profonde rispetto alla quotidianità.

 

Skilift in via d’estinzione

martedì, 12 febbraio 2019

Lo skilift è praticamente scomparso dai comprensori sciistici, sostituito pressoché ovunque da moderne cabinovie e seggiovie pluriposto, sempre più capienti, veloci e pure girevoli!

Sedili imbottiti e cupole trasparenti proteggono dalle intemperie e accolgono i tanti sciatori che affollano piste autostrade.

Eppure le vecchie sciovie, oltre ad essere impianti più leggeri e flessibili, erano parte integrante del processo d’apprendimento sugli sci.

Sacrificate in nome della portata oraria, favorivano un continuo esercizio d’equilibrio che aiutava a “sentire” la neve e gestire la trazione del piattello sotto al sedere che variava di continuo a seconda della morfologia del pendio.

Le cadute erano inevitabili, con il maestro che ti raccattava al volo. Forse per questo tutti ricordiamo l’emozione e la felicità che accompagnava la prima risalita autonoma e indenne alla sciovia del campo scuola.

Una risalita “attiva”, così diversa dal trasporto inerte che avviene in seggiovia, dove i più audaci sfidavano i cartelli di divieto, slalomando, oppure opponendosi alla trazione puntando i bastoncini sulla neve sino ad ottenere un effetto catapulta che proiettava verso l’alto…

Esperienza o merce?

venerdì, 8 febbraio 2019
“Ciao,
vi contatto perchè insieme ad una amica vorremo salire in cima al monte Bianco questa estate (periodo indicativo giugno-luglio). L’anno scorso siamo stati alla Margherita e non abbiamo avuto problemi di quota o di eccessiva fatica, ma siamo a conoscenza che questa salita sia decisamente più impegnativa del monte Rosa.

Come via di salita stiamo valutando sia quella dei tre monti dal Cosmiques che quella italiana dal Gonella. Inutile dirvi che stiamo vagliando diversi preventivi e vorremmo conoscere la vostra proposta”.

“Ciao,

grazie per avermi scritto.

Il Bianco è una splendida montagna, purtroppo vittima del suo successo e sempre troppo affollata, specialmente lungo la via comune dal Goûter o dal Cosmiques. Per questo vado fiero nel  poter suggerire  numerose salite nel Gruppo del Bernina che ancora consentono di godere del silenzio e della solitudine, per sentirsi, almeno per un poco, come primi esploratori alpinisti di oltre un secolo fa.

L’ascesa dal Gonella è certamente più selvaggia e meno battuta, ma in ogni caso, per affrontare una salita complessa ad una montagna che sfiora i 5000 metri, preferisco impostare un percorso di avvicinamento, con una o più salite preventive, utili ad affinare la cordata, favorire la conoscenza reciproca e gestire al meglio il rischio che accompagna ogni uscita in montagna.

Per questo non sono in grado di “quotare” il Monte Bianco, così come si può agevolmente fare per qualsiasi merce o prodotto di largo consumo.

Cordialmente

Michele

ps: questa è una mia opinione personale, non estendibile ad altri professionisti altamente qualificati che operano sulle Alpi

Gestire e “giocare” con i limiti.

giovedì, 31 gennaio 2019

La Guida Alpina è, anzitutto, il conoscitore dei luoghi.

Può naturalmente muoversi su terreni nuovi e sconosciuti, gestendo la cordata al meglio, per trarre insegnamento dalla sperimentazione e conoscere il sapore del viaggio.

Quando gli spazi da percorrere e le pareti da salire appartengono alla propria Terra d’infanzia, ecco che i nomi e i dettagli delle cose assumono un significato diverso, diventano vere e proprie storie, che danno voce alla memoria del territorio.

Qui è possibile gestire e “giocare” con i limiti.

Questo segna una bella differenza, tra una conoscenza reale, di prima mano e una semplice, seppur tecnicamente inappuntabile, salita in cima ad una montagna.

Valmalenco, alpe Fellaria 2400m, anno 1980, foto E. Simonetti

Valmalenco, scialpinismo al Piz Palù 3901m, anno 2013

 

 

Luoghi particolari

mercoledì, 30 gennaio 2019

Non sono segnalati come speciali su nessuna mappa, ma diventano caratteristici quando si incrociano lungo il cammino.

Sono un vecchio larice storto, un masso vestito di muschio, una parete nascosta, sotto il sole di gennaio.

Dove sta il senso?

domenica, 27 gennaio 2019

Per fortuna la Valmalenco non è solo dei suoi abitanti, né degli strateghi della comunicazione che tappezzano un centralissimo centro commerciale milanese con un rombante gatto delle nevi.

Diversamente dovremmo dire a chi la ama davvero di non venire più.

Dove sta il senso, la realtà, in questa montagna fatta di benne, cingoli e frese?

Roba da chiedere i danni da lesione del diritto all’immagine.

Campo gravitazionale

venerdì, 25 gennaio 2019

La gravità attrae verso il basso e con il trascorrere del tempo è un po’ come ritrovarsi a sfidare il campo gravitazionale di Giove. In questo modo passaggi arcinoti tornano ad essere interessanti e regalano felicità, anche solo per il fatto di poterci mettere le mani sopra, passando con naturale continuità dalle salite in quota, allo sci, alla roccia. Inseguire le difficoltà in una disciplina vorrebbe dire sacrificare la possibilità di percorrere senza troppo affanno i tanti ambienti della montagna e coglierne il significato.