Quanto vale una radice?

Quanto vale una radice nell’epoca post-covid? Un gradino di pietra, un muro storto? Un piccolo solco inciso nella cotica erbosa, contornato dai rododendri?

Cosa rappresenta una vecchia pista? Un’antica via?  Cosa giustifica la cancellazione dei segni di passaggio impressi nei sentieri noti e meno noti disseminati sulle nostre montagne?

Per secoli abbiamo camminato a piedi per queste vie accidentate, aperte a tutti. Generazioni di donne e uomini hanno vissuto e lavorato lungo questi sentieri.

Oggi stanno sparendo, non tanto per l’assenza di una misurata manutenzione ordinaria collettiva, ma per l’insana follia di “valorizzazione” che li vede sacrificati in nome di una nuova accessibilità.

Un tempo la funzione principale del sentiero era quella di unire, paesi, maggenghi e alpeggi, mentre ora si trasformano in infrastrutture utili allo sport, allo svago, alla scenografia funzionale che sempre di più contamina la montagna.

Perchè in ossequio alla moda della “ciclabilità” arriviamo ad eliminare radici e gradini troppo alti, raccordare dislivelli creati dalla presenza di rocce affioranti o creare nuovi passaggi in corrispondenza dei guadi o di alcune zone paludose?

Perché le flebili forme di “valutazione di incidenza” producono pagine e pagine di relazioni vuote, che considerano la tutela solo in funzione di motivazioni economiche, di aree protette, del computo analitico di emissioni, senza considerare che, almeno in alcuni luoghi particolari, la semplice alterazione permanente di un sentiero di grazia costituisce valido motivo per lasciarlo così come da sempre lo conosciamo?

Presto la “ruspa della modernità” lascerà il segno anche lungo la tratta Piasci Bosio in Valmalenco.

Solo 1, 20 metri per carità! Il minimo per il transito del miniescavatore da 15 quintali, munito di martello demolitore per frantumare brevi tratti di roccia che ostacolano la pedalata nei tratti a mezza costa.

Così ci giochiamo un’altra possibilità, quella di poter vedere, sentire e studiare un giorno quel che era un’antica via.

M’illudevo che la pandemia potesse congelare ogni intervento discutibile, solo in apparenza minore, ma in grado di cambiare completamente la fisionomia dei luoghi.

Soprattutto in questo momento, quando pure le ortiche sembrano aver riacquistato dignità e l’idea di camminare semplicemente per un vecchio sentiero, così come da sempre lo conosciamo, diventa un monumento alla libertà.

Mi sono sbagliato. Si torna da capo.

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